La risposta a quale sia la cosa più brutta mai assaggiata è soggettiva, ma la scienza e la storia gastronomica concordano: i cibi considerati più disgustosi al mondo sono il surströmming (aringa fermentata svedese), il durian (un frutto asiatico dall’odore di fogna) e il casu marzu (il formaggio sardo con i vermi). La percezione del gusto “orribile” dipende da un mix di genetica, evoluzione culturale e istinto di sopravvivenza, che ci porta a rifiutare gli odori di decomposizione per proteggerci dalle infezioni.

In sintesi
- I “vincitori” globali: Surströmming, durian e casu marzu guidano la classifica dei cibi più difficili da tollerare per i non nativi.
- Il fattore olfattivo: Spesso la sensazione di “brutto” nasce dal naso: il cervello associa l’odore di zolfo o ammoniaca al cibo andato a male.
- Genetica del disgusto: Variazioni nel DNA (come il gene OR6A2 per il coriandolo) cambiano radicalmente la percezione dei sapori tra individuo e individuo.
- Evoluzione: Il disgusto è un meccanismo di difesa ancestrale progettato per salvarci da tossine e batteri letali.
La risposta breve: i cibi più “terribili” secondo il mondo
Se si intervistano migliaia di viaggiatori e scienziati dell’alimentazione per capire quale sia la cosa più brutta mai mangiata sul pianeta, i sospettati principali rimangono sempre gli stessi tre.
Al primo posto troviamo il surströmming, un’aringa del Mar Baltico che viene fermentata con pochissimo sale per mesi. Il risultato è una produzione massiccia di gas (anidride carbonica, idrogeno solforato e acido butirrico) che fa gonfiare le lattine e sprigiona un odore che molti descrivono come “uova marce miste a spazzatura estiva”.
Subito dopo c’è il durian, un frutto del sud-est asiatico così maleodorante da essere vietato sui mezzi pubblici a Singapore. Infine, per restare vicini a noi, il casu marzu sardo, la cui consistenza cremosa è letteralmente creata dall’azione digestiva delle larve della mosca del formaggio (Piophila casei).
Perché succede: come il cervello decide cosa è “disgustoso”
Il disgusto non è un semplice capriccio, ma una sofisticata strategia di sopravvivenza che coinvolge la mente e la salute. Quando introduciamo qualcosa in bocca, il nostro sistema nervoso centrale analizza i dati provenienti da tre canali principali:
- L’olfatto retronasale: Mentre mastichiamo, le molecole odorose risalgono dalla gola verso le cavità nasali. Se il cervello rileva composti solforati o azotati (tipici della carne in decomposizione), attiva un segnale d’allarme immediato.
- I recettori del gusto: Lingua e palato riconoscono l’amaro e l’acido estremo come potenziali indicatori di veleni o forti cariche batteriche.
- L’insula: Questa specifica area del cervello è la centrale operativa del disgusto. Si attiva per proteggerci dall’avvelenamento, coordinando reazioni fisiche come la nausea o il riflesso faringeo (il conato).
Ciò che per una cultura è una prelibatezza tradizionale, per un’altra può attivare l’insula alla massima potenza, poiché il cervello non ha i parametri culturali per decodificare quel sapore come “sicuro”.
Il dettaglio curioso: il gene che trasforma il cibo in sapone
A volte la cosa più brutta che si è mai mangiata non è un piatto esotico, ma una comunissima foglia verde: il coriandolo. Milioni di persone nel mondo descrivono il suo sapore come “cimice schiacciata” o “sapone per i piatti”.
La scienza ha scoperto che non si tratta di schizzinosità. Chi odia il coriandolo possiede una variazione genetica specifica nei recettori olfattivi, legata al gene OR6A2. Questo gene rende i soggetti ipersensibili alle aldeidi, composti chimici presenti sia nel coriandolo sia nei saponi o nelle secrezioni di difesa di alcuni insetti. Per queste persone, l’esperienza orribile è letteralmente scritta nel DNA.
Cosa spesso viene frainteso sul cibo “brutto”
Il principale malinteso legato ai cibi considerati universalmente disgustosi è che siano “andati a male” nel senso biologico del termine. C’è una differenza fondamentale tra decomposizione incontrollata (che rende il cibo tossico) e fermentazione controllata.
I formaggi con i vermi, i pesci fermentati o le uova centenarie cinesi sono alimenti chimicamente stabili e sicuri per il consumo umano, poiché i batteri o le larve “buone” bloccano la proliferazione dei patogeni mortali. Il disgusto occidentale di fronte a questi piatti è quindi culturale, non biologico.
Contesto: l’esperimento del Disgusting Food Museum
Per capire quanto sia universale il concetto di “cosa più brutta mai mangiata”, a Malmö (Svezia) è stato aperto il Disgusting Food Museum. La mostra espone gli 80 cibi più controversi del mondo. Tra i reperti reali che i visitatori possono annusare o assaggiare ci sono:
- Il Kiviak: una preparazione groenlandese dove centinaia di piccoli uccelli marini vengono cuciti interamente (con piume e becco) dentro una pelle di foca e lasciati a fermentare sotto una roccia per mesi.
- L’Hákarl: squalo fermentato islandese che secerne un forte odore di ammoniaca (poiché lo squalo non ha reni e urina attraverso la pelle).
- Il Garum: l’antica salsa di pesce romana, ottenuta lasciando macerare le interiora di pesce al sole per mesi, antenata della moderna colatura di alici ma decisamente più estrema.
L’esistenza di questo museo dimostra che la repulsione è un elemento affascinante della nostra psicologia e che il confine tra “orribile” e “delizioso” è incredibilmente sottile.
FAQ
Qual è l’alimento scientificamente più puzzolente al mondo?
Il primato spetta al surströmming. Studi chimici condotti sulle emissioni di gas della lattina appena aperta hanno confermato che la concentrazione di composti solforati volatile supera quella di qualsiasi altro cibo noto.
Perché i bambini trovano “brutte” le verdure?
I bambini hanno più papille gustative degli adulti e una naturale avversione per l’amaro (tipico di verdure come broccoli o cavoletti). Dal punto di vista evolutivo, questo li proteggeva dall’ingerire piante selvatiche velenose prima di aver imparato a riconoscerle.
Si può educare il cervello a farsi piacere un sapore orribile?
Sì, attraverso l’esposizione ripetuta. Il cervello, notando che l’alimento non provoca un avvelenamento dopo diversi assaggi, riduce la risposta di allarme dell’insula, trasformando un sapore inizialmente “terribile” in un gusto acquisito.
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